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14/03/2019

Artrosi, lo sai che non tutto il grasso fa male

Non è un invito ad esagerare con i grassi nella dieta, il cui eccesso fa male alla salute in generale, e alla salute delle articolazioni in particolare. Seguire un’alimentazione sana e una vita attiva è importante sia nella prevenzione dell’artrosi sia quando la malattia è già stata diagnosticata. Tuttavia, ciascuno di noi ha in sé tutte le risorse per bloccare, o rallentare, la progressione della più comune malattia degenerativa al mondo, l’artrosi. E queste risorse hanno a che fare con il nostro “girovita”.



>> Lo sai che il professor Marco Lanzetta è l’autore dei libri La Dieta Anti-Artrosi?

«Potrebbe sembrare strano, ma le risorse di cui abbiamo bisogno per guarire o bloccare la progressione dell’artrosi, si trovano proprio nelle cellule del nostro tessuto adiposo, specie dell’addome - spiega il professor Marco Lanzetta, Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Chirurgia della Mano e Consulente Internazionale del Centro Nazionale Artrosi. - Qui, nel grasso addominale, si trova un tipo di cellule chiamate staminali mesenchimali, ovvero cellule immature e indifferenziate, che costituiscono quella risorsa interna al nostro organismo necessaria per riparare i danni alle articolazioni causati da patologie degenerative come artrosi o artrite. Le cellule mesenchimali nel grasso di pancia o glutei si trovano concentrate in una quantità 500 volte superiore a quella di sangue periferico o del midollo osseo prelevato dalla cresta iliaca, cioè l’osso del bacino».
Per la loro maggiore concentrazione, le cellule mesenchimali vengono quindi prelevate dall’addome con una piccola liposuzione che ha anche benefici estetici per il paziente. Sottoposte a una breve procedura di “pulizia”, le cellule mesenchimali sono pronte ad essere infiltrate in qualunque articolazione malata di artrosi della persona da cui sono state prelevate.

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Come si separano le cellule staminali mesenchimali dal grasso addominale?
Per prelevarle è necessaria una mini liposuzione effettuata in ambulatorio, in anestesia locale. Il grasso prelevato dall’addome con una cannula, viene raccolto in una speciale siringa al cui interno si trovano microsfere di metallo che aiutano a microframmentare le cellule adipose separandole dalle cellule mesenchimali. Il prodotto di scarto, quindi, viene separato ed eliminato.
«Così separate - continua il professor Lanzetta - le cellule mesenchimali vengono estratte come una sorta di “pappetta cellulare” e usate all’interno di una speciale sonda da cui si effettua l’infiltrazione sull’articolazione infiammata».

Cosa fanno le cellule mesenchimali?
«Da subito, le cellule mesenchimali iniziano a svolgere la loro duplice azione - spiega l’esperto -. Infatti, le cellule mesenchimali hanno dimostrato di avere un’azione anti-infiammatoria, e quindi aiutano ad alleviare il dolore artrosico, e rigenerativa per l’osso e il tessuto connettivo di cui è composta la cartilagine. Questo si traduce con un miglioramento graduale anche della funzione dell’articolazione che può continuare fino a 6 mesi dopo il trattamento».

Dopo il trattamento non è richiesto riposo nè l’uso di stampelle. Tuttavia è consigliabile:

1. evitare di portare pesi o fare attività fisica intensa per qualche giorno
2. usare la borsa di ghiaccio da posizionare sull’articolazione infiltrata, in caso di lieve gonfiore (normale)
3. portare una pancera elastica se è stata effettuata la mini liposuzione addominale
4. eseguire un ciclo di laserforesi per attivare tutta la potenzialità riparatrice delle cellule mesenchimali
5. assumere gli integratori naturali studiati e realizzati da CNA per sostenere l’azione riparativa del trattamento.

«Dopo il trattamento - dice l’esperto - insieme alla laserforesi e agli integratori, che rappresentano un protocollo originale del nostro CNA, consigliamo al paziente di svolgere un programma di attività fisica fatto di una serie di esercizi semplici, ma molto importanti, da svolgere a casa e all’aperto, che favoriscono la migrazione delle cellule mesenchimali appena iniettate, anche nelle parti più lontane dell’articolazione infiltrata. Chiamata “riabilitazione rigenerativa”, così definita in un recente studio di revisione internazionale, questo tipo di esercizi ha dimostrato di aumentare l’efficacia del trattamento di medicina rigenerativa, in particolare per il ginocchio».

Perché è importante la riabilitazione rigenerativa?
La riabilitazione rigenerativa è diversa prevede esercizi e programmi diversi da quelli per un intervento di protesi, per esempio, o in artroscopia. «Gli esercizi che consigliamo - specifica il direttore del Centro Nazionale Artrosi - aiutano anche a tonificare la muscolatura e migliorare la postura. Infatti, prima del trattamento, il paziente spesso tende a tenere posture errate, anche per lunghi periodi, per evitare il dolore. Questo crea disequilibri che vanno corretti per evitare che l’abitudine di camminare in un certo modo, per esempio, possa nel tempo riportare la cartilagine ad usurarsi. In genere è sufficiente svolgere gli esercizi come descritto nel manuale per un mese».

Quante sedute di trattamento sono necessarie?
Ne basta una. «I tempi di guarigione o di miglioramento - prosegue il professor Marco Lanzetta - possono variare da persona a persona in base a diversi fattori tra cui l’età, il genere (c’è differenza tra uomini e donne), il peso corporeo, lo stile di vita, e non ultimo per importanza il grado iniziale della malattia artrosica. Per questo motivo, i nostri pazienti seguono una dieta particolare, assumono integratori specifici e fitonutrienti a base di Boswellia, curcuma, con effetto anti-infiammatorio sulla cartilagine, insieme a prodotti naturali sviluppati dal nostro Centro in collaborazione con alcune delle più importanti aziende del settore rigenerativo. In questo modo, esercizi, integratori e dieta contribuiscono a ridurre il ricorso ai farmaci».

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Tutti possono fare il trattamento con le cellule mesenchimali?
«Sì - sottolinea il professor Marco Lanzetta - è però necessaria la visita specialistica e l’Rx per poter valutare, insieme all’anamnesi cioè alle informazioni sulla mobilità e il dolore fornite dal paziente, l’indicazione al trattamento con cellule mesenchimali oppure altre terapie. In alcuni casi, infatti, - conclude l’esperto - le componenti ossee dell’articolazione sono troppo danneggiate per avere i benefici attesi da questo tipo di terapia rigenerativa».

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