Rassegna stampa

 

17/02/2010

VIVERE MONZA, LECCO E BRIANZA

LA SOLITUDINE DEI NUMERI UNO

Signori, questo è un Paese in cui essere troppo bravi può diventare un problema. La storia di Marco Lanzetta è esemplare. Nel 1998 realizza a Lione il primo trapianto di mano, portando la scienza nel territorio che fino a quel momento sembrava appartenere alla fantascienza. Nel 2000 l’Italia lo accoglie con il suo team, nel 2003 riesce a salvare l’arto superiore di una delle piccole vittime di Unabomber. Nel frattempo, nel 2002 partecipa ad un concorso bandito dall’Università dell’Insubria per la cattedra di professore ordinario in chirurgia dalla mano, ma il giudizio della commissione esaminatrice è categorico: Lanzetta non è idoneo a ricoprire l’incarico perché è troppo qualificato. Amareggiato, ma non rassegnato, dà inizio ad una battaglia legale in cui il Tar prima, ed il Consiglio di Stato poi, definiscono inammissibile il parere della commissione. Nei fatti, però, nulla cambia. Le porte dell’Università italiana per il superchirurgo della mano, una delle menti più brillanti che il buon Dio ha deciso di far nascere nella nostra Italia, e di far lavorare nella nostra Brianza, quando non è all’estero, rimangono inesorabilmente chiuse.

Professore, lei ha dichiarato che l’Università italiana è l’unico malato che ha mollato…
L’università italiana è malatissima, il divario tra noi e gli altri sta diventando incolmabile, siamo ultimi nelle classifiche. Abbiamo pochi atenei liberi da schemi, baronie e sudditanze e in cui ci sono persone in grado di ragionare con una mentalità globalizzata e internazionale. Fa eccezione l’Università Bocconi che, tra le altre iniziative, ha inserito i corsi in inglese.

Che ne pensa della provocazione del Ministro Brunetta che vorrebbe far uscire di casa i diciottenni per legge?
Sono d’accordo con lui. Introdurrei anche l’obbligo per i ragazzi di fare un’esperienza di lavoro dopo il liceo, pèrima di scegliere il percorso accademico. Solo così possono capire con chiarezza cosa vogliono fare nella vita.

E dei 185 milioni di euro spesi dal nostro governo per il vaccino contro la H1N1 che ne pensa? Si poteva evitare tanto allarmismo?
Penso che il Governo abbia fatto il suo dovere, reagendo alla minaccia di una pandemia con il solo obbiettivo di proteggere la popolazione. Sono però scettico sul rischio pandemia che ritorna a ondate. Vorrei vederci più chiaro sugli allarmi di influenze provenienti da Paesi poveri o poco controllabili. Vorrei che qualcuno mi dimostrasse che non sono allarmi programmati, che non sono pure speculazioni.

Il mese scorso Peppino Englaro, papà di Eluana, e i tredici membri dello staff medico sono stati assolti dall’accusa di omicidio volontario. So che lei è credente, qual è stata la sua reazione?
Mi piace mettere al primo posto la vita, e non la morte, anche la vita nelle sue forme più insostenibili. Tutti noi abbiamo un orologio interno che ci guida e che decide quando la nostra vita deve finire. Di casi come Eluana, purtroppo, ce ne sono molti, e non tutti hanno quella risonanza mediatica. Familiari e amici assistono con amore e devozione i malati costretti a vivere inchiodati ad un letto, questo è tutto ciò che possono fare, non possono decidere della loro vita, né della loro morte. Da un punto di vista medico le dico che non mi è piaciuto l’esito del processo; neanche quando si spezza una zampa a un cavallo lo si lascia morire in un angolo negandogli acqua e cibo. Come medico avrei preferito usare un farmaco per la soppressione, piuttosto che ricorrere alla pratica farisaica di sospendere alimentazione e idratazione. Il caso di Eluana mi suscita pietà, la stessa pietà che provo per tutte le vite che non si possono esprimere.

Obama ha promesso a tutti gli americani una copertura sanitaria a costi accessibili. LA considera una svolta epocale?
Obama merita un applauso, perché sta facendo qualcosa di grande. E’ paradossale che un Paese come l’America, che si definisce una grande democrazia, non garantisca assistenza sanitaria ai propri cittadini.

Alla nostra sanità che voto darebbe?
Non faremo mai un passo in avanti se non investiremo nella formazione. Il medico lo fa l’Università, e finché non avremo raggiunto livelli superiori, non potremo crescere degnamente una nuova generazione di medici eccellenti e costantemente aggiornati.

23 Settembre 1998, a Lione viene effettuato il primo trapianto di mano al mondo. Come si è sentito ad essere nell’équipe?
Avevo 36 anni, e mi sono ritrovato ad essere protagonista del primo trapianto di mano nella storia, in un’atmosfera magica e surreale. Un intervento che l’uomo ha sognato fin dall’antichità, fin da quando i santi Cosma e Damiano, al tempo della Roma imperiale, compirono il miracolo di sostituire la gamba malata di un sacrestano con quella di un gladiatore etiope, morto combattendo contro le tigri nel Circo di Nerone. Al rientro in Italia mi sentivo come un atleta dopo che ha vinto una medaglia, felice di aver fatto fare bella figura al proprio Paese.

Lei è anche presidente del G.I.C.A.M. Onlus, un’associazione di chirurghi che opera anche in Paesi in via di sviluppo o in caso di catastrofi naturali o conflitti. Quel’è l’esperienza che le è rimasta più nel cuore?
Quella che sto per fare. Sto per partire per effettuare un intervento in Togo, poi visiterò gli ospedali in Burkina Faso e in Ghana. Andremo anche in Sierra Leone, per seguire casi di arti amputati. Sarà un’esperienza bellissima.

Sarete anche ad Haiti?
Sicuramente, ma in un secondo momento. Quello di cui la popolazione di Haiti ha bisogno adesso sono i beni di prima necessità e gli interventi di emergenza. Noi, specializzati in chirurgia della mano, agiremo più avanti e su casi specifici.

I bambini di solito sognano di fare l’astronauta, l’étoile o il dottore. La sua passione per la medicina quando è nata?
Dopo avere fatto un percorso di volontariato in Africa ho deciso che questa sarebbe stata la mia vita.

Prova mai un senso di onnipotenza?
Mai. Provo gratitudine verso Dio, che mi ha dato talento per aiutare il prossimo. Lavorare per il benessere altrui è una gran bella cosa, mi creda.

Cosa significano per lei le mani di una paziente?
Sono la via d’accesso al loro cuore.

Medici e pazienti possono diventare amici?
Solo se lo si era già prima di un intervento. Il rapporto fra chi cura e chi si fa curare è complesso e vive di equilibri delicati, che vengono prima dell’amicizia, quali la fiducia nel medico e il rispetto per il paziente.

Lei ha studiato e vissuto in Africa, Francia, Canada. Sua moglie è italo-australiana e i suoi figli sono nati in tre continenti diversi. C’è un posto dove si sente a casa?
Casa è ovunque mi trovi, con tutto me stesso e il mio lavoro. Non vivo particolare momenti di nostalgia quando sono all’estero e sto bene quando sono a Monza.

Per alcuni mesi all’anno insegna all’Università di Canberra. L’Australia non è proprio dietro l’angolo, come c’è finito laggiù?
La vita è fatta di opportunità, l’Australia è un’occasione che mi si è presentata e l’ho colta al volo. Siamo quello che decidiamo di essere, e io ho scelto di fare esperienze all’estero per non perdere la mentalità internazionale che mi contraddistingue. Il sistema universitario in Australia si basa sugli studenti, che sono considerati una risorsa. Da noi invece gli studenti sono messi all’ultimo posto.

Cosa vorrebbe che facessero i suoi figli da grandi?
Vorrei che scegliessero una professione che li faccia sentire appagati, un lavoro che permetta loro di diventare i numeri uno.

Ha detto di odiare la mediocrità e le vie di mezzo. E i grigi dove li mettiamo?
I grigi e i compromessi per me non esistono. Una vita da negoziatori è una vita scialba. Mi piace prendere posizione, non stare mai nel gruppone dei tanti, né rimanere nel mezzo. Non dico che questo sia giusto, ma io sono fatto così.

Facciamo chiarezza sulle sue origini: il sindaco di San Giovanni di Lupatoto vorrebbe insignirla del titolo di cittadino onorario …
(ride) Ho le carte in regola, mio nonno era di San Giovanni di Lupatoto. Io però sono nato a Milano, ho studiato e vissuto all’estero e lavoro a Monza. E’ colpa mia se non mi anno ancora dato la cittadinanza onoraria, a San Giovanni non ci torno mai. Sono molto lusingato però, sono stati davvero gentili.

Ma non c’è un posto più bello della Brianza, giusto?
Di posti belli ce ne sono molti, la Brianza è uno di questi. E’ perfetta anche per praticare sport, quando vado in bici scelgo i sentieri di Monticello e Montevecchia.

Ho letto che lei pratica il free-ride in mountain bike in modo ossessivo …
Il lavoro e la bicicletta sono le mie grandi passioni. Pedalare per me è come una droga, se non salgo in sella per due giorni accuso i sintomi dell’astinenza. Fare sport mi rigenera, mi permette di staccare completamente e di meditare. E anche questo serve per eccellere sul lavoro.

Ci dica cosa possiamo fare per preservare le nostre mani.
Usatele, non trascuratele. E se sentite che qualcosa non va non perdete tempo, rivolgetevi subito a un chirurgo della mano.

Vorrei chiudere l’intervista con la prima frase del nuovo libro di Marco Lanzetta: “Odio aspettare. Mi sembra di perdere tempo e io non ho tempo da perdere. Ho tantissime cosa da fare nella vita. Per esempio, diventare il numero uno nella specializzazione che ho scelto, la chirurgia della mano”.

Ecco come pensa un numero Uno.

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