Rassegna stampa

 

22/12/2008

GENTE

SONO IL NUMERO UNO MA L'ITALIA NON MI VUOLE


Parla il famoso scienziato Marco Lanzetta, giudicato nel nostro Paese “non idoneo”
Il chirurgo della mano che il mondo ci invidia nel 2002 viene “bocciato” dall’Università che non gli affida la cattedra. «Concorso pilotato» dice. Ora il Tribunale gli dà ragione: “giudizio illogico”, sentenzia. E intanto l’Australia ce lo strappa.



Nel 1998 era nell’équipe di chirurghi che eseguì il primo trapianto di entrambe le mani. Ha diretto un istituto di ricerca di fama mondiale in Australia, dove è anche docente all’Università di Canberra. Ha lavorato in Canada, Francia e in vari Paesi dell’Africa, ha scritto decine di articoli sulle più importanti riviste scientifiche. Da ultimo ha in progetto di operare alle mani un feto ancora nel grembo materno.

Ma in Italia non può diventare professore universitario.

E’ Marco Lanzetta, 45 anni, tra i migliori chirurghi della mano al mondo. Questa volta non parliamo di lui per un nuovo successo ottenuto in sala operatoria. Quella che racconta a Gente è la storia della difesa di un principio, quello della meritocrazia: «Mi piace pensare che la mia vicenda sia come un granello di sabbia: ne basta uno per rompere anche gli ingranaggi meglio oliati», dice.

L’ingranaggio in questione è quello dell’università italiana. Alla quale Lanzetta ha dichiarato guerra nel 2002. Quell’anno infatti l’Università dell’Insubria di Varese bandisce un concorso per due posti di professore ordinario: “Il candidato dovrà possedere specifiche conoscenze teoriche e pratiche nelle tecniche di chirurgia della mano”, si leggeva nel bando. «Sembrava un concorso fatto apposta per me», ricorda Lanzetta. Non era così: «Mi fu fatto un altro discorso: non si presenti. Lasci perdere perché questa roba qui non è per lei». Così espliciti? «Sì». Chi lo disse? «Qualcuno». In alto? «Molto». Lanzetta, invece, partecipa. E perde. «In sintesi: la commissione diceva che ero stato troppo all’estero e che il curriculum era troppo specialistico sulla chirurgia della mano». Per la cronaca, e senza giudicarne i titoli, sono stati giudicati “idonei” un candidato “interno” (il presidente della commissione era il suo responsabile) e un altro ortopedico di Roma.

Comincia la guerra. Lanzetta ricorre al Tar nel 2006. E vince. Sentenza poi confermata dal Consiglio di Stato, nel 2008, dopo l’appello presentato dall’Università. I giudici del Consiglio di Stato parlano di “illogicità del giudizio” e di valutazione “irragionevole” sottolineando, tra l’altro, che al vincitore viene affidato proprio l’insegnamento di Chirurgia della mano. Cosa succede a questo punto? Che l’Università riconvoca la stessa commissione e riscrive il giudizio. Identico: Lanzetta non è idoneo. Nel frattempo, però, al chirurgo italiano è arrivata una telefonata dall’Università di Canberra per diventare professore “ad honorem”. «Mi è stato offerto sulla base di quello che ho dimostrato di saper fare, e ho accettato», riassume. «Ci sto un paio di mesi l’anno e mi prendo le mie soddisfazioni: poter parlare con degli studenti in maniera accademica, respirando un’aria diversa, quella che piace a me».

E pensare che, nel 1996, lui fu uno dei “cervelli” rientrati. «Sono andato ell’estero per imparare dai migliori, poi ho portato in Italia quello che ho imparato perché credevo, e credo, che qui valga la pena di impegnarsi», spiega. Già, ma come la mettiamo con l’università italiana? Nel 2006, dopo aver fatto causa, Lanzetta si dimette dall’Università di Milano bicocca dove insegnava come “associato” (il concorso era come professore “ordinario”). «Per due motivi: vivevo in un mondo dove tutti sanno che i concorsi sono, diciamo così, pilotati (eppure lei sente mai sollevazioni del mondo accademico per questo sistema?) e poi perché non volevo avere conflitti di interesse».

Così a Monza, alle porte di Milano, apre l’Istituto Italiano di Chirurgia della Mano (con sedi anche a Milano, Bol

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