Rassegna stampa

 

18/10/2008

LIBERO

L’UNIVERSITÁ, L'UNICO MALATO CHE HO MOLLATO


Il chirurgo del primo trapianto di mani al mondo: «Nepotismi, vecchi baroni spompati, carriere finte. Alla fine ho lasciato la cattedra per insegnare in Australia».
«Quella dei tagli è una scusa, i docenti dovrebbero trovare da sé i fondi come avviene all’estero. La Gelmini è troppo tenera: certi atenei inutili andrebbero chiusi».


Allora, professor Lanzetta. Lei è chirurgo di fama mondiale, ed è stato anche professore universitario. Come giudica le proteste dei suoi colleghi e degli studenti?
«Io sono completamente dalla parte del ministro Gelmini, e prima di lei ero con la Moratti. Ogni volta che un governo, legittimamente, vuole interferire con l'attuale sistema universitario, che si tratti di varare nuove norme per i concorsi, adeguarsi a quanto si fa in Europa o, come oggi, tagliare i finanziamenti perché non si può sperare che lo Stato intervenga sempre, è la stessa storia: manifestazioni, scioperi, insulti. Il sistema non accetta modifiche. È un atteggiamento di chiusura incomprensibile, di difesa incondizionata di uno status quo non più accettabile. La Gelmini è stata fin troppo morbida, avrebbe dovuto tagliare completamente i fondi agli atenei inutili, quelli di cui nessuno si accorgerebbe se non ci fossero. A vantaggio di quelle che cercano di dare un insegnamento a livello degli standard europei».

Addirittura?
«Guardo con sconcerto e tristezza alle occupazioni dei rettorati e alle agitazioni dei docenti. Io lavoro molto all'estero, e le assicuro che diamo un'immagine pessima del nostro sistema universitario. Ridicola e antistorica. Perché sono altre le cose di cui dovremmo preoccuparci».

Vale a dire?
«Ogni anno esce la classifica stilata dal Times Higher Education, che mette in fila le migliori università mondiali. La stessa cosa fa anche un'università cinese, la Shanghai Jiao Tong University, usando criteri diversi. Sono le due valutazioni più attendibili. Ebbene: secondo il THE la prima università italiana è quella di Bologna, che si piazza al 192° posto. La Sapienza è al 205°,il Politecnico di Milano al 291°, l'Università di Padova al 296°. Poi basta, sono le uniche quattro nelle prime trecento. Tanto per restare in Europa, prima di noi ci sono nove università tedesche, sei svizzere, ventotto inglesi, quattro francesi, dieci olandesi, e poi gli spagnoli, i finlandesi, i belgi, i russi, gli irlandesi, austriaci, svedesi. Dopo di noi solo greci e portoghesi. Capito quali sono i veri problemi?».

Dicono che l'università è in queste condizioni perché le risorse sono poche. E la Gelmini, tagliando i fondi, aggraverebbe la situazione.
«È una scusa bella e buona, non sta più in piedi. Cosa vuoi dire, che i soldi sono troppo pochi? È vero che i finanziamenti sono calati, ma è il modo di ragionare di questi habitué della protesta che è sbagliato. Per esempio: ma mi spiegate perché ai docenti italiani non viene imposto di reperire personalmente i finanziamenti per le proprie ricerche? E perché un professore universitario deve rimanere in carica a vita? Il suo lavoro andrebbe valutato e giudicato: se dopo tre-cinque anni non ha pubblicato su riviste autorevoli, non ha attirato studenti, non ha reperito fondi, magari insegna su testi superati, insomma se non ha dimostrato di meritare il posto, via, grazie e arrivederci. E se ne assume un altro più bravo».

Non è una soluzione un po' drastica?
«Così si fa all'estero. In Italia non si fa altro che lodare la meritocrazia, ma solo quando riguarda "gli altri". E poi, cominciamo a fare spazio ai giovani ricercatori di valore, lasciando a casa quei cattedratici oltre i 65 anni che non hanno più nulla da dare, che danno per scontato di essere al vertice della carriera e niente e nessuno li potrà mai mettere in discussione, e che a furia di trucchetti restano in cattedra fino a72-73 anni, certe volte fino a 75. Vedrete che i giovani la sm

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