Rassegna stampa

 

02/10/2008

CORRIERE MEDICO

IL FUTURO DEL TRAPIANTO DI MANO


Interventi innovativi in programma al centro specialistico monzese diretto dal chirurgo Marco Lanzetta per i bambini con gravi malformazioni e in utero

A dieci anni dal primo trapianto di mano al mondo, Marco Lanzetta, direttore dell’Istituto Italiano di Chirurgia della Mano di Monza, traccia lo stato dell’arte di questa frontiera della medicina e guarda al futuro.

“Tecnicamente saremmo pronti al primo intervento di questo tipo su un bambino” ha detto il professore in un incontro con la stampa a Milano.

L’enfant prodige della chirurgia italiana, che faceva parte dell’équipe autrice nel 1998 a Lione del primo storico intervento di sostituzione di mani, non ha dubbi.

“Dopo dieci anni i dati sul follow-up dei pazienti sottoposti a trapianto di mano –sostiene Lanzetta- oggi possiamo dire che questo intervento è una valida alternativa alle protesi. La mano trapiantata infatti a distanza di 7-8 anni dall’operazione, è in grado di recuperare oltre il 50 per cento delle funzioni di una mano normale. Forti di questa esperienza, pensiamo sia arrivato il momento di proporre questa possibilità anche ai bambini con deformità congenite dell’arto superiore”.

Le resistenze, d’altronde, sono sostanzialmente di natura etica, ma non più clinica.

“Fino a poco tempo fa –conferma il chirurgo monzese- si era convinti che i bambini privi di un arto non avessero la rappresentazione corticale di qualcosa che mancava. Ma non è così. Nei bambini, il trapianto di dita dei piedi in mani che ne erano prive dimostra chiaramente la possibilità di una ripresa funzionale a riprova della eccezionale plasticità neuronale in età pediatrica. L’intervento più precoce possibile assicura il miglior risultato funzionale”.

“I bambini –continua- hanno una capacità di rigenerazione nervosa enorme. Per questo all’interno dei 14 centri internazionali che tra Europa, Usa e Cina effettuano trapianti di mano, siamo convinti che il trapianto nei bambini sia ragionevole”.

Perché si proceda a questo intervento ci vorrà ancora poco tempo, ma la strada è già tracciata.

Ma la microchirurgia già oggi consente di correggere in utero alcune malformazioni. “E’ il caso della spina bifida e dell’ernia diaframmatica –riferisce Lanzetta- due patologie altamente invalidanti o letali che possono essere trattate dal microchirurgo al 3°-4° mese di gestazione. In questo caso la procedura prevede il prelievo del liquido amniotico e la sua conservazione a temperatura fisiologica, l’incisione del sacco uterino con estrazione del feto, l’intervento chirurgico, il riposizionamento del feto e la reimmissione del liquido amniotico. L’esperienza maturata negli Usa dimostra l’efficacia della metodica”.

Ma sono realizzabili anche altri interventi per la correzione delle deformità degli arti. Come quello che prevede la risoluzione intrauterina di briglie amniotiche, una complicanza, evidenziabile con una normale ecografia, capace di impedire il corretto sviluppo di un arto a causa della costrizione meccanica.

“L’intervento è stato già praticato una decina di volte negli Usa e il suo successo è legato alla precocità dell’operazione”.

Se gli interventi in utero definiscono quindi il futuro di questa affascinante branca della medicina, il presente è comunque rappresentato da una microchirurgia sempre più precisa e affidabile, in grado di restituire una vita normale a pazienti che hanno subito amputazioni anche parziali oppure traumi a mani e dita.

D’altra parte, a Monza, Marco Lanzetta e la sue equipe eseguono circa 500 interventi all’anno per patologie che spaziano dalla ricostruzione dopo amputazioni, alle lesioni complesse, dalle malformazioni congenite, alle lesioni tendinee o nervose, all’artrosi e alle tendinite e infiammazioni nervose.

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